Non è mai facile comunicare.
La solita banalità di questo Blog, direte voi!
Effettivamente lo è, ma comunicare autenticamente resta difficile!
Quante volte si parla ma non si comunica.
Non è facile comunicare con un fratello, con un figlio o con un caro amico.
Incomprensibili cortocircuiti innalzano muri, calano il buio in cui il bandolo della matassa sembra proprio perso.
Assurdo: la difficoltà di comunicare è pari solo al dispiacere di non farlo.
Assurdo, ma è così!
Brutale cala il silenzio: si lascia perdere, si ignora il bruciore che duole dentro: sabbiature di tranquillità, strategie da struzzi!
Così alla difficoltà di comunicare si affianca la difficoltà di rompere il silenzio.
Se l’uomo è fatto per comunicare, un animale sociale diceva Aristotele, è molto bravo anche a privarsi di questa abilità.
Non vi è dubbio che a volte è certamente utile fermarsi, non parlare, quando ogni parola diviene ambigua e travisabile sia per chi la pronuncia sia per chi l’ascolta.
Ma è un sospendere per resettare il dialogo, non è un sospendere per spezzare il filo del dialogo.
E quando il silenzio sembra aver creato baratri, che fare?
Non arrendersi! Non darsi per sconfitti dal silenzio!
Essere creativi per rintuzzare il fuoco del dialogo!
Anche magari semplicemente con un banale post in un blog di banalità!

Titta
marzo 23, 2019
In verità non si smette mai di comunicare. Il nostro corpo, se la bocca tace, continua a comunicare. Con lo sguardo, o togliendo lo sguardo, con un alzata di spalle, attraverso il movimento delle mani, delle braccia. La nostra stessa postura, il portamento, il modo di camminare. Trasmettiamo costantemente agli altri qualche cosa e gli altri la trasmettono a noi. Leggere questi messaggi del corpo, a volte, aiuta a capire lo stato d’animo altrui e ci indica la strada per riprendere il discorso interrotto.
M P Blog
marzo 24, 2019
Grazie Titta per la giusta osservazione. Hai ragione il corpo non conosce silenzio. E i suoi messaggi sono preziosi per riannodare fili. A volte sono anche preziosi per capire che è opportuno fermarsi. Il suggerimento è molto buono, esaminare il linguaggio del corpo è certamente una strategia creativa per non consentire che baratri comunicativi si formino e per riannodare il filo interrotto. Grazie!
Ennio
marzo 27, 2019
La comunicazione è il mezzo veicolare del messaggio. Un po’ come avviene in farmacologia per gli eccipienti considerati i mezzi veicolari del principio attivo, non tutti rispondono allo stesso modo alla “somministrazione” del farmaco/messaggio. Cosi un bravo comunicatore, come un bravo medico, deve conoscere in primis il proprio interlocutore per comunicare/somministrare nel modo piu appropriato. Detto questo però il ruolo dell’interlocutore, anch esso comunicatore, non è secondario. Non si comunica a senso unico, oppure si, ma con risultati sterili. Facciamo del nostro meglio sempre per comucare con il prossimo, trasmettiamo loro il messaggio, ma non fustighiamoci se questo non viene repito. Siamo tutto sommato responsabili per quello che diciamo e non per quello che gli altri comprendono, a volte per opportunismo.
M P Blog
marzo 28, 2019
Caro Ennio, hai certamente ragione in linea generale, con la precisazione che siamo responsabili di quello che diciamo, ma non di quello che gli altri vogliono capire.
Di fronte al sistematico fraintendimento effettivamente poco resta da fare, se non, come dicevo, sospendere la comunicazione verbale e lasciare parlare il corpo, come suggerisce Titta.
Ma se l’atteggiamento dell’altro non è sistematico, condivido che chi vuole comunicare debba assumersi anche la responsabilità di quello che l’altro comprende.
Per usare la tua immagine del veicolo, quando si sceglie una meta si sceglie anche il veicolo più adatto ed efficiente per raggiungerla: per andare in America difficilmente sceglierò la bici, mentre più adeguatamente opterò per l’aereo. La bici la userò per andare in studio al mattino da casa.
Penso, così, che lo sforzo di scegliere il veicolo giusto debba essere intenso e mai dimenticato, per aversi una comunicazione davvero “responsabile”, nella consapevolezza che spesso anche il banale uso di un sinonimo può fare la differenza nella capacità di ascolto del nostro interlocutore.
L’incomprensione per un comunicatore è sempre una sconfitta, anche se effetto o frutto di mala fede dell’interlocutore.
Anche perché spesso quella mala fede consegue a una comunicazione non pienamente responsabile.
Grazie per il prezioso spunto.